Mercati e futuro: come orientarsi in uno scenario che cambia
Intervista a Vittorio Gaudio, Direttore Asset Management & Advice di Banca Mediolanum
Geopolitica, mercati e futuro: come orientarsi in uno scenario che cambia. Tra nuovi equilibri globali e rivoluzione tecnologica, Vittorio Gaudio analizza lo scenario dei mercati internazionali: dalle incognite legate all’energia e all’inflazione fino alle opportunità offerte da innovazione, intelligenza artificiale e grandi trend di lungo periodo. Perché, anche nelle fasi più complesse, investire significa continuare a guardare avanti e diventare soci del cambiamento.
Negli ultimi mesi il mercato è tornato a confrontarsi con tensioni geopolitiche molto forti, soprattutto in Medio Oriente. Quanto conta oggi la geopolitica nelle scelte degli investitori rispetto al passato?
Se guardiamo alla reazione dei mercati agli eventi geopolitici, sembra quasi che gli investitori si stiano abituando a convivere con questo tipo di fattori. Basta confrontare l’impatto avuto dalla guerra tra Russia e Ucraina con quello legato alle tensioni nello Stretto di Hormuz: l’effetto sui mercati, nel tempo, è stato progressivamente decrescente.
Questo perché i mercati tendono a guardare soprattutto agli effetti economici reali degli eventi: ai fondamentali, agli utili delle aziende, alla crescita. Esiste spesso un divario tra la percezione dell’opinione pubblica, inevitabilmente influenzata dal flusso mediatico, e la razionalità con cui si muovono i mercati finanziari. Oggi siamo in un contesto internazionale estremamente complesso, eppure i mercati sono sui massimi. Significa che gli investitori stanno imparando a “digerire” meglio l’incertezza, cercando di distinguere tra rumore emotivo e conseguenze economiche concrete. Questo non vuol dire essere cinici, ma mantenere un approccio razionale.
Tra i punti più delicati della crisi c’è lo Stretto di Hormuz, spesso citato come uno snodo strategico per l’economia mondiale. Perché un tratto di mare così piccolo può avere un impatto così grande sui mercati globali?
Perché parliamo di uno snodo vitale dell’economia globale. Attraverso Hormuz passa circa il 20% della produzione mondiale di petrolio e il 20% del gas naturale, oltre a fertilizzanti sintetici e materiali strategici come zolfo ed elio. È quindi comprensibile che qualsiasi tensione nell’area abbia un impatto immediato sui prezzi energetici. Detto questo, rispetto agli anni Settanta il mondo è cambiato. L’intensità energetica dell’economia è diminuita, le energie rinnovabili hanno assunto un ruolo crescente e gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di petrolio. Tutto questo contribuisce a ridurre, almeno in parte, le conseguenze sistemiche di uno shock energetico.
Quali potrebbero essere le conseguenze di un’escalation prolungata sui prezzi di petrolio e gas?
La vera variabile da osservare è la durata. Se il petrolio dovesse restare per mesi sopra i 100 dollari al barile, inevitabilmente ci sarebbero effetti sui consumi e sulla domanda aggregata. Oggi il mercato sembra ritenere che la soglia del dolore, soprattutto per gli Stati Uniti, sia relativamente bassa. Anche per questo Wall Street ha continuato a salire: l’America è ormai energeticamente autonoma, però il consumatore americano inizia comunque a risentire di prezzi più elevati.
Stiamo riscoprendo un mondo fatto di nuove strozzature produttive e logistiche. E non è nemmeno detto che un petrolio molto caro non finisca per intaccare anche il motore della trasformazione tecnologica, a partire dall’intelligenza artificiale.
Negli ultimi anni sembrava che l’inflazione stesse lentamente tornando sotto controllo. Una nuova crisi energetica rischia di riaprire quella fase?
Il rischio esiste ed è probabilmente l’aspetto che i mercati guardano con maggiore attenzione. La vera paura sarebbe una combinazione di inflazione in ripartenza e rallentamento economico, cioè uno scenario di stagflazione. Va però detto che oggi il peso delle materie prime energetiche nel paniere dell’inflazione è inferiore rispetto al passato. Inoltre, ci sono forze molto potenti che continuano a sostenere la crescita, in particolare la transizione tecnologica. Pensiamo agli investimenti enormi che Stati Uniti e Cina stanno facendo sull’intelligenza artificiale: parliamo di centinaia di miliardi di dollari di Capex (l’investimento di un’azienda in beni durevoli come edifici, macchinari, hardware e software). Questa spinta tecnologica, almeno in parte, sta compensando gli effetti recessivi che normalmente deriverebbero da un forte rialzo del petrolio.
Che tipo di equilibrio devono trovare oggi le banche centrali? Da una parte la necessità di sostenere crescita e mercati, dall’altra il rischio di nuove pressioni inflazionistiche.
Per le banche centrali il quadro si è complicato molto. L’inflazione colpisce direttamente il potere d’acquisto delle persone, ma allo stesso tempo resta la variabile chiave che determina il costo del denaro. Fino a pochi mesi fa il mercato immaginava un 2026-2027 caratterizzato da continui tagli dei tassi da parte della Fed e da una BCE stabile. Oggi invece lo scenario appare diverso: una Fed più prudente e una BCE che dovrebbe tornare ad alzare i tassi nei prossimi mesi.
Anche per questo i mercati obbligazionari vanno osservati con grande attenzione. Rendimenti elevati possono convivere con mercati azionari forti finché la crescita regge, ma se l’economia rallenta quei livelli di rendimento iniziano a pesare anche sull’equity.
Viviamo una fase in cui convivono molte transizioni: geopolitica, tecnologica, energetica, demografica. È questa complessità a rendere i mercati più difficili da leggere?
Sì, perché la frammentazione geopolitica sta portando tutti i grandi attori economici a ripensare il modello di sviluppo. Oggi si parla di indipendenza energetica, sicurezza tecnologica, difesa, reshoring industriale. Tutto questo implica enormi investimenti pubblici e privati. Se fossimo in un mondo più tradizionale, probabilmente avremmo uno schema molto lineare: il petrolio sale e i mercati scendono. Invece oggi convivono forze contrastanti che hanno consentito una tenuta dell’economia reale e dei mercati molto maggiore rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati.
Negli ultimi anni gli investitori hanno attraversato pandemia, guerra in Ucraina, inflazione, rialzo dei tassi e nuove tensioni internazionali. È cambiato anche il modo di investire?
Le regole fondamentali dell’investimento, in realtà, restano abbastanza le stesse. Certo, bisogna tenere conto delle nuove trasformazioni, ma alcuni principi continuano a valere: avere un orizzonte temporale adeguato, costruire portafogli ben diversificati, non concentrare tutto su un singolo mercato o settore. E soprattutto saper investire anche nei momenti di volatilità in modo intelligente. Questa fase può offrire grandi opportunità. Pensiamo all’intelligenza artificiale: davanti alle grandi trasformazioni ci sono sempre due atteggiamenti possibili: subirle passivamente con timore, oppure diventarne protagonisti, investendo nelle aziende che guidano questi cambiamenti. In fondo investire significa anche questo: essere soci del cambiamento.
In scenari così incerti quanto conta mantenere una visione di lungo periodo invece di reagire emotivamente alle notizie quotidiane?
Conta moltissimo. Le crisi fanno parte della storia dei mercati, ma la storia ci insegna anche che nel medio-lungo termine la direzione della crescita è sempre stata positiva. Le emozioni sono spesso il peggior nemico dell’investitore. La razionalità, invece, aiuta a leggere i fenomeni per quello che sono realmente, senza farsi travolgere dalla notizia del giorno.
Oggi si parla molto di “megatrend”. Quali sono, secondo lei, i trend strutturali che continueranno a creare opportunità nei prossimi dieci anni?
La trasformazione tecnologica e quella energetica sono profondamente connesse. Credo che nei prossimi anni assisteremo a un’economia più efficiente, produttiva e performante. Guardando alle nuove tecnologie, ci sono scenari straordinari sul fronte della ricerca scientifica, della produttività e persino del rapporto tra vita e lavoro. Se anche solo una parte di quello che oggi viene prospettato dovesse concretizzarsi, l’impatto sulla qualità della vita potrebbe essere enorme. In questo senso resto ottimista: la storia del progresso ci insegna che l’innovazione, nel lungo periodo, ha sempre migliorato le condizioni economiche e sociali.
Guardando ai prossimi anni, vede più rischi o più opportunità per chi investe?
A medio termine vedo sempre più opportunità che rischi. Naturalmente ci saranno fasi alterne e momenti complessi, ma la freccia del tempo e della crescita, storicamente, è sempre andata avanti. Stiamo vivendo una fase che probabilmente finirà nei libri di storia: una grande trasformazione degli equilibri globali. E in contesti come questi diventa ancora più importante diversificare, investire su più aree geografiche e non limitarsi all’economia in cui viviamo quotidianamente.
Quali sono oggi gli elementi che le fanno guardare al futuro con maggiore fiducia?
La velocità con cui stanno avanzando le trasformazioni tecnologiche ed energetiche. Studiando da vicino ciò che sta accadendo nell’intelligenza artificiale e nella ricerca scientifica, è difficile non vedere il potenziale enorme che abbiamo davanti. Parliamo di innovazioni che possono aumentare la produttività, migliorare la qualità del lavoro e creare un equilibrio diverso tra tempo professionale e vita personale. Anche solo una parte di questi sviluppi potrebbe avere effetti molto positivi sulla nostra società.
Se dovesse lasciare un messaggio ai Family Banker e ai clienti di Banca Mediolanum in questo momento storico, quale sarebbe?
Di non lasciarsi guidare dalla paura. Le fasi di trasformazione generano sempre incertezza, ma anche opportunità straordinarie. Il compito della consulenza è proprio questo: aiutare le persone a leggere il cambiamento con lucidità, mantenere una visione di lungo periodo e affrontare i mercati con metodo, equilibrio e razionalità.